Alan N. Shapiro, Visiting Professor in Transdisciplinary Design, Folkwang University of the Arts, Essen, Germany

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Alan N. Shapiro racconta “Star Trek” (RAI4 Italian TV interview)

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This is the transcript of an interview about Star Trek which I did on Italian TV (RAI4) a few years ago. If I can find the time, I will translate it soon into English. There exist also transcripts of interviews which I did on Italian TV about Lost and The Prisoner.

Poliedrico studioso di tecnologia, fantascienza, media e filosofia contemporanea, americano di nascita ed europeo d’adozione, Alan N. Shapiro spiega l’importanza, i significati e il successo della saga di Gene Roddenberry, partendo dal suo innovativo e celeberrimo saggio Star Trek: Tecnologie della sparizione. Trascrizione integrale dell’intervista realizzata per Wonderland da Carlo Modesti Pauer.

Come finisce nel titolo del suo libro “l’estetica della sparizione”, che è un concetto che utilizza Paul Virilio negli anni settanta? Ci può spiegare come si compenetra questa idea con Star Trek?

Quando ho svolto la mia ricerca per scrivere il libro su Star Trek, mi sono reso conto che in Star Trek ci sono sette principali tecnologie futuristiche di fantascienza: per esempio quella del teletrasporto, che viene definita beaming, il viaggio nel tempo, la velocità superiore a quella della luce, che sarà necessaria se vorremo entrare in contatto con civiltà aliene.

E la più importante di queste sette tecnologie è ovviamente quella del beaming per il teletrasporto, sia come metafora che come idea scientifica concreta. Perché a tutti piacerebbe disporre di una tecnologia di trasporto che sostituisca l’aereo. E naturalmente Paul Virilio ha scritto molto su velocità e trasporto e di come le tecnologie della velocità, anche la stessa Internet, siano scaturite dalle guerre e dalla tecnologia militare.

Quindi, io stavo cercando un’unica idea che avrebbe riunito in sé tutte e sette le tecnologie: e se pensi al concetto di beaming nel teletrasporto, è una tecnica che implica la sparizione, perché c’è una stazione di invio e una di arrivo per cui si sparisce in un luogo e si riappare in un altro luogo. E poi, tutta l’odierna tecnologia online dei media e dei computer, come quella di Internet e dei cellulari, anche quella si basa sul concetto di sparizione. Quindi, ritengo che Virilio abbia avuto un’idea molto importante quando ha scritto quel suo piccolo libro The Aesthetics of Disappearance (1991). 

Passiamo adesso a considerare Jean Baudrillard. Lui ha parlato, nella parte finale della sua opera, negli anni novanta, della necessità e della possibilità di un’utopia nel caos che si è determinato nella società tardo-capitalista del presente. Ha parlato anche di uno schiacciamento della possibilità di rappresentare la realtà. Ha scritto che è stata uccisa la realtà, in un pamphlet provocatorio. Come si collega, invece,  il discorso di Baudrillard alla sua analisi del discorso di Roddenberry e poi, in generale, a Star Trek come narrazione fantascientifica?

Penso che in Francia ci siano stati almeno quattro filosofi molto importanti: Baudrillard, Derida, Foucault e Deleuze, e anche Lacan, e poi ce ne sono anche altri. Per me, Baudrillard è il più importante di quella generazione di pensatori, perché ha veramente studiato la società e la cultura. E di pensatori come Derida o Deleuze direi che hanno politicizzato la filosofia, ma restando nel contesto della filosofia, mentre  Baudrillard ha studiato il consumismo, la moda, la pubblicità, i centri commerciali, i media, la televisione, ed è stato molto influenzato da Marshall McLuhan, che era canadese. Per cui Baudrillard ha provato a essere un pensatore globale perché, pur essendo europeo, aveva capito il pensiero nordamericano, i teorici dei media come McLuhan.

Il punto debole di Baudrillard era che sapeva molto poco di nuove tecnologie e di nuovi media e, soprattutto, aveva una specie di reazione negativa: una reazione conservatrice e nostalgica nei confronti dei nuovi media, che naturalmente non è la mia posizione, perché io faccio parte della generazione successiva rispetto a quella di Baudrillard. Ma credo che la riflessione di Baudrillard rispetto alla sparizione della realtà, la morte della realtà, sia molto molto importante. E come ha citato lei, Baudrillard ha anche detto che in politica la democrazia è una simulazione.

In America, in Italia, in Germania, nei paesi occidentali, non stiamo vivendo in una vera democrazia, ma in una simulazione di democrazia, perché tutto passa per la televisione. E naturalmente, trovandomi in Italia non posso non menzionare Berlusconi e come sia possibile quello che accade, cioè la fusione tra il potere della politica e quello dei media, con una modalità molto specifica.

Già prima che io scrivessi il mio libro su Star Trek, nelle nostre università in occidente avevamo un settore di ricerca che si chiama “studi di fantascienza” e che si occupa di film e programmi televisivi di fantascienza e, ovviamente, anche di romanzi di fantascienza. Nei primi trent’anni degli studi di fantascienza, i professori hanno studiato unicamente la fantascienza d’avanguardia. Si sono detti: prendiamo in considerazione Metropolis di Fritz Lang, oppure studiamo David Lynch, che è un grande cineasta d’avanguardia, vediamo qual è la fantascienza che ha realizzato. Poi vediamo Blade Runner o le serie sugli alieni. Ma prima del mio libro, non avevano mai preso in considerazione la fantascienza mainstream come Star Trek, per cui si è aperta la possibilità di studiare Star Trek, l’opportunità di portare la cultura intellettuale “alta” dei professori e dei filosofi fuori dall’isolamento e affermare che, di fatto, c’è molta filosofia e anche filosofia della tecnologia che informa delle serie televisive come Star Trek. Poi ho aggiunto anche Lost e The Prisoner, sulle quali sto scrivendo altri due libri. E penso che siano molti i programmi televisivi americani attuali ad avere un contenuto molto filosofico e a dirci qualcosa su quello che accade nel mondo oggi. Una cosa che non accade in politica e nei mezzi d’informazione di massa, accade in un terreno nuovo.

Per cui Baudrillard ha dato avvio a una riflessione, ha iniziato una scienza, e vi ha anche incluso anche la fisica dei quanti, ha creato una specie di sociologia della fisica quantistica. Baudrillard diceva “non sono un sociologo”. Ciononostante, le idee della fisica quantistica della metà del secolo XX, come quelle di Niels Bohr o Werner Heisenberg, sono idee molto importanti, che sono molto più avanzate delle tecnologie di cui disponiamo oggi, che sono ancora basate sulle tradizionali conoscenze scientifiche del XVII secolo. Da cui la profonda incertezza di cui parla Baudrillard e la “doppia” realtà quantistica, secondo la quale nulla è unico: una “doppia realtà” che ritorna in molti degli episodi di Star Trek.

E poi anche Virilio ha scritto molto sugli “incidenti” e molti degli episodi di Star Trek parlano di incidenti tecnologici. Questa, a mio parere, era una perfetta applicazione degli incidenti tecnologici di cui scrive Virilio. L’episodio più interessante di Star Trek  in merito al teletrasporto, almeno quello in cui si verifica un incidente, è un famoso episodio della serie originale che si intitolava The Enemy Within (in italiano Il duplicato), nel quale il capitano Kirk si ritrova spaccato in due tra quello che io chiamo il “Kirk buono” e il “Kirk cattivo”. Il “Kirk debole” è quello buono, mentre il “Kirk cattivo” è quello forte: e anche questo ci rimanda in tutto e per tutto a Baudrillard, perché Baudrillard – e anche il Nietzsche di Al di là del bene e del male – dice: “dobbiamo pensare sul male e non soltanto sul bene”, perché il mondo è in equilibrio tra il bene e il male. E in quell’episodio dei due capitani Kirk, sull’incidente del teletrasporto, si vede che il “Kirk cattivo” è l’essenza della personalità di Kirk. Poi più tardi, in The Next Generation, c’è un episodio, dove è il comandante Riker a restare diviso in due durante il teletrasporto per fare ritorno sulla Enterprise e c’è un secondo Riker che resta per sette anni nella stazione scientifica di un pianeta di cui nessuno conosce l’esistenza. E poi abbiamo la realtà virtuale.

La realtà virtuale è un tema centrale della riflessione filosofica di Jean Baudrillard e una grande parte di Star Trek riguarda il ponte ologrammi, che è una tecnologia di intrattenimento, una tecnologia futuristica del post-televisione. E qui posso anche citare Guy Debord, La società dello spettacolo, anche lui importante a mio parere,  come Baudrillard e Virilio. E lui affermava che con la televisione e il cinema si opera una scissione tra lo spettatore e la finzione rappresentata sullo schermo, si crea uno scollamento, per cui la persona che è cittadina della società tecnologica capitalista avanzata si ritrova automaticamente condannato dai media ad una posizione di passività. Che poi è l’essenza del pensiero di McLuhan, “i media sono il messaggio”, per cui non è importante quale sia il contenuto della televisione. Naturalmente questo non mi trova d’accordo, ma è un aspetto importante  della cosa. Perché, effettivamente, per capire la televisione contemporanea, come Lost, devi dirti “il medium è il messaggio e il messaggio è i media”, in una modalità da microcosmo. Se studi una serie televisiva come Lost o 24 oppure N.C.I.S., questi gialli, questi polizieschi, sono molto intensi nel momento presente: ogni secondo conta e succede qualcosa. Quindi devi capire, in una modalità molto microcosmica, come ogni momento, in tempo reale, stia “istituendo” il medium, per cui devi fare riferimento a McLuhan e anche rovesciarne il concetto. Ma il ponte ologrammi di Star Trek è la tecnologia dei media d’intrattenimento che viene dopo la televisione: è il sogno di essere immersi in una realtà virtuale, che è esattamente come quella che noi chiamiamo la realtà naturale fenomenologica. Che a sua volta è una specie di mito, una nostra cognizione ingenua e intuitiva di quello che stiamo vivendo, di quello che stiamo vivendo nel qui e ora della realtà fenomenologica, che, direi, è già un “testo” nel senso che gli attribuisce Derrida.

Anche Derrida è importante nello studio dei media. Anche se questo aspetto non è mai stato approfondito, l’idea di Derida è che il momento presente sia strettamente correlato ai momenti passati, al “testo” e alla storia precedenti. Quindi, il ponte ologrammi di Star Trek e poi gli incidenti, gli incidenti del ponte ologrammi, sono di importanza fondamentale per le storie più interessanti di Star Trek. Le migliori storie di Star Trek, nella serie originale, in The Next Generation, Deep Space Nine, Voyager, Enterprise e nei film, sono storie che, per me, equivalgono a letteratura. Infatti, la mia posizione è che i film e la televisione sono la letteratura di oggi. Negli studi letterari nelle università, dobbiamo certamente continuare a studiare James Joyce, Franz Kafka, Ernest Hemingway e Shakespeare. Ma ho anche detto, nel corso di alcune interviste che mi sono state fatte alla radio in Germania, che Star Trek è altrettanto importante di quanto lo siano la Bibbia o Shakespeare.

Star Trek è un testo di letteratura contemporanea che ci dice che siamo ad un crocicchio. L’umanità ha l’opportunità, nei prossimi cinquanta o cento anni, di evolvere in una civiltà più avanzata. E questa è la principale idea politica di Star Trek nel film Primo contatto. Come avviene il primo contatto nell’anno 2063 tra l’umanità e i vulcaniani? Lì si vede che dobbiamo fare due cose per diventare una civiltà più avanzata. Si vede Spock che dice che la civiltà della Terra è primitiva: è primitiva da un punto di vista politico, perché facciamo ancora le guerre. Ecco il punto: e siamo ancora divisi in centottanta nazioni e, attraverso una serie di genocidi, abbiamo anche distrutto centinaia, migliaia di altre culture e altre lingue, come nel Nord America, dove centinaia di culture native sono andate distrutte. E so che in Italia, fin dagli anni settanta, c’è un forte interesse per le culture americane native e questa è una cosa che mi piace. Quindi, due sono le cose che dobbiamo fare: dobbiamo andare oltre la guerra, l’odio e la violenza e dobbiamo creare una cultura unificata della Terra, una cultura globale. Non la globalizzazione delle grandi corporazioni, è ovvio.

E a proposito, attualmente sto viaggiando, vengo da Francoforte, dove c’erano dei dimostranti anti-globalizzazione, Occupy Wall Street: io non sono del tutto d’accordo con quelle persone. Terrò una conferenza sul tema “I critici e i difensori del capitalismo hanno torto entrambi” e poi, tra parentesi: (e entrambi ragione). Bene, ma è più importante il concetto che hanno torto entrambi. Quando ero più giovane ero contro il capitalismo, come accadeva in Italia, dove c’era l’estrema sinistra, i vari anarchici, marxisti, trozkisti: questo mi piace, ma penso che nel capitalismo ci siano alcune cose buone. Dobbiamo essere più precisi: non posso dire “sono contro il capitalismo”, ma potrei dire “sono contro il capitalismo oligarchico”. Questo è il termine preciso, e negli slogan del movimento Occupy dovrebbero usare il termine preciso di quello a cui si oppongono, e cioè il capitalismo oligarchico, una cosa specifica. Proprio come nell’Unione Sovietica si parlava di realsocialismo, che non era la stessa cosa delle idee del socialismo. Lo stesso vale per il capitalismo. Il problema è che lo stato dovrebbe aiutare il piccolo individuo. Lo stato dovrebbe aiutare gli artisti a creare le proprie piccole imprese e a diventare capitalisti e convertire il capitale culturale in capitale reale, capisce? Invece ora molti artisti e intellettuali si accontentano di avere il loro capitale intellettuale e diventare oppositori del sistema. E io dico di no, perché voglio avere dei soldi e voglio prendere tutto quello che conosco.

In Star Trek non c’è denaro e non c’è religione. Che cosa pensa di questo?

È una grande idea. E un’ispirazione. Ma non si può. Io sono un pensatore utopista, ma direi un utopista pragmatico: dobbiamo fare una sintesi tra le tradizioni della sinistra e le tradizioni liberiste. E a quel punto, pensare veramente, pensare davvero. Heidegger ha detto: “Verrà un momento nella storia dell’Occidente quando dovremo veramente pensare.” E quando verrà questo momento? Quando supereremo le contrapposizioni binarie. E questo è Derida, l’interpretazione che Derida ha fatto di Heidegger, le opposizioni binarie di Aristotele e Platone, la base della scienza occidentale e del concetto di realtà. Sinistra e liberalismo è un esempio di contrapposizione binaria. Oppure capitalismo e comunismo, o anarchia. Tutte tradizioni distinte che noi dobbiamo riunire e, a quel punto, dobbiamo pensare, perché non esiste una sintesi automatica di queste cose, dobbiamo veramente pensare quali siano le idee migliori del capitalismo, quali siano le idee migliori del comunismo. Il fatto che non ci sia denaro in Star Trek è un’idea importante. Dobbiamo pensare a dei sistemi alternativi di moneta, sistemi di denaro più complessi. Vede, attualmente abbiamo un solo tipo di denaro, invece ce ne dovrebbero essere molti tipi, anche Baudrillard ne ha scritto molto, ne Lo scambio simbolico e la morte.

Ha scritto molto sulle cosiddette società primitive, basandosi sull’antropologia di Georges Bataille e Marcel Mauss. Nelle società primitive non occidentali, economia e cultura non erano separate: l’economico ha una valenza  simbolica, il modo in cui funziona l’economia delle società primitive è nel contesto di uno scambio simbolico, tra cultura e scambi di parentela tra tutti i membri della società. Nel capitalismo occidentale, abbiamo preso l’economia e ne abbiamo fatto una cosa a parte, separata dal quotidiano, nello stesso modo in cui abbiamo fatto dell’arte una cosa a parte, per cui abbiamo delle figure creative professionali, la cui “professione” è di essere creativi e li abbiamo chiamati “artisti”. E questo è sbagliato, perché tutti dovremmo essere creativi.

In uno dei film di Star Trek, Data ha il problema del chip del sentimento. Allora parliamo di questo aspetto del problema dell’intelligenza artificiale e dell’emotività, della possibilità che una macchina si produca in emozioni. Un robot.

Sì, questa è una domanda importante. Ho tenuto due conferenze ad Ars Elettronica, a Linz, in Austria, sul tema dei robot e degli androidi. Molte persone nella maggioranza della società nutre dei timori nei confronti dei robot. Lo vediamo nei film di fantascienza come Io, robot, con Will Smith, che è tratto da un racconto di Isaac Asimov ed è un ottimo film, ma esprime questa negatività e i timori nei confronti dei robot: i robot sono destinati a diventare violenti, a fare una rivoluzione ed essere arrabbiati, perché sono trattati come dei servitori.

Quindi abbiamo tre punti importanti rispetto ai robot. Il primo è che non dovremmo costruire dei robot per farne dei servitori e degli schiavi. E qui possiamo citare un’idea marxista. In effetti, se costruiamo dei robot dovremmo farli lavorare abbastanza da trarne un beneficio economico. Ma dobbiamo renderci conto che farli lavorare vuol dire perpetuare il modo in cui già stiamo trattando male noi stessi in quanto esseri umani. E questo è il secondo punto: e cioè che noi dobbiamo imparare dai robot e dagli androidi – preferisco usare la parola “androide” che viene da Philip K. Dick e dal suo Blade Runner – perché l’androide, come Data in Star Trek, che è l’esempio più importante di androide che abbiamo nella nostra letteratura e nella nostra cultura, ha delle emozioni e questo è quello che anche noi umani dobbiamo cambiare. Siamo troppo razionali, intellettuali, ci siamo disincarnati: anche questo è un esempio di contrapposizione binaria, il corpo e la mente. Dobbiamo diventare più come dei danzatori, più come degli atleti e anche dare più spazio al sesso: dobbiamo diventare “più corpo” ed essere in contatto con emozioni e sentimenti. Per questo il campo della psicologia che mi interessa di più è quello della terapia Gestalt e questo contribuisce anche a differenziarmi da qualcuno come Slavoj Žižek o Jacques Derida, tutti quei pensatori che dicono: “psicanalisi, psicanalisi, psicanalisi”. No. La psicanalisi è importante, Freud naturalmente, è importante, ma la terapia Gestalt di Fritz Perls è venuta dopo la psicanalisi ed è una pratica per calarsi nel corpo ed esprimere sentimenti ed emozioni. Vede, quella è la possibilità. Noi umani dobbiamo imparare dagli androidi: non dobbiamo avere paura dei robot se ci diciamo che la costruzione dei robot rappresenta un’opportunità di cambiamento per gli esseri umani. E dobbiamo smettere di pensare al lavoro: questa è l’unica idea di Karl Marx che mi sembra  molto importante. E cioè la sua critica del lavoro alienante, l’idea è che dobbiamo smettere di lavorare e dobbiamo potenziare il gioco, la creatività, la diversificazione delle attività. Non dovremmo avere un’unica professione, dovremmo averne molte.

Ma, allo stato attuale, siamo sette miliardi nel mondo. E quattro miliardi non se la passano benissimo. C’è il rischio che questa utopia del prossimo domani, fra cinquant’anni da oggi, possa non essere possibile. Perché nel frattempo, molti critici di questa visione dicono che il mondo potrebbe collassare su sé stesso, per fame, malattia, virus: ci sono visioni apocalittiche. Come ci si può rapportare, in questa fase, rispetto all’educazione della cultura umana? Che cosa bisogna insegnare per traghettare l’umanità verso questa utopia possibile della tecnologia che ci libera?

Credo che, come dice Jean Baudrillard, i discorsi sulla catastrofe, come una catastrofe ecologica, sono in qualche modo una proiezione di una catastrofe virtuale che è già avvenuta. E credo che, ad esempio, il discorso “verde” sull’ecologia e sul fatto che dovremmo tutti  essere molto preoccupati, che sia sulla cappa di ozono o sulla distruzione delle foreste pluviali, – che naturalmente per molti aspetti è vero ed è importante – non sia una buona strategia, perché bisogna riuscire a cambiare il mondo. E, a mio parere, la maggior parte dei critici del capitalismo e degli intellettuali non vogliono veramente cambiare il mondo. Quello che vogliono è crearsi un’identità psicologica in quanto critici e con l’identità psicologica del critico riescono a sopravvivere e a sentirsi soddisfatti di sé. Ma  non vogliono veramente cambiare il mondo. Perché, se vuoi veramente cambiare il mondo, devi pensare in termini strategici. Per cui, ti devi chiedere se il discorso sulla catastrofe e sulla fine ecologica del mondo sia efficace, se sia un discorso utile.

Ho anche scritto molto sull’automobile del futuro, e questo è un ottimo esempio. Tutti quanti nel mondo, i critici di sinistra, gli stessi grossi fabbricanti di automobili, quando parlano dell’automobile del futuro, puntano l’attenzione su un unico aspetto, che è il carburante. Che cosa possa sostituire il petrolio: il carburante può essere aria compressa o energia solare o energia elettrica ibrida. Ma io ritengo che questo sia assolutamente stupido. Bisogna leggere Paul Virilio, bisogna leggere Marshall McLuhan, bisogna capire l’automobile in quanto fenomeno storico-culturale. McLuhan ha detto: “Guardate la città. La città è costituita al cinquantacinque percento da strade e superstrade.” Se vai in una grande città in India o in Cina, non ci sono nemmeno i marciapiedi perché la gente ci possa camminare, le macchine sfrecciano fino al limite dei palazzi, fino ai muri degli edifici. Quindi, dobbiamo operare un cambiamento sulla forma della macchina, e questo è uno dei temi sui quali ho scritto. Perché la forma orizzontale dell’automobile viene dal carro armato, dalla guerra, proprio come ha detto Virilio. Quindi io ho detto che dovremmo avere un’automobile trasformabile, che è una tecnologia pratica molto realizzabile sulla base dell’elettromeccanica, in maniera che quando la macchina sta in autostrada può continuare ad avere una forma orizzontale per poi diventare verticale in città, in maniera che possiamo fare delle strade più strette del “cinquantacinque percento”, risolvere il problema dei parcheggi. E improvvisamente ci ritroviamo un sacco di territorio in più per la vita sociale, sì, per la vita sociale “situazionista” nelle città.

Quindi architettura e urbanistica sono importanti per ripensare tutte le tecnologie. Quindi, per tornare alla domanda che mi ha fatto, direi che: primo, dobbiamo ripensare la strategia del discorso portato avanti dal movimento ecologico, e non basta lanciare dei moniti; in realtà quelle che ci servono sono molte più performance artistiche, dei buoni film sull’ecologia. E poi, a proposito di quello che ha detto sull’eccesso di popolazione, sono convinto che questo mostri l’importanza del programma spaziale: dobbiamo colonizzare la Luna, dobbiamo colonizzare Marte e Venere.

Posso anche immaginare un’altra idea ispirata a Star Trek: potremmo disporre di una tecnologia per spostare i pianeti: si potrebbe spostare Marte, perché ovviamente Marte è troppo freddo e Venere è troppo calda, ma si potrebbero spostare Marte e Venere per avvicinarli alla Terra e disporre così di tre pianeti, uno accanto all’altro. Naturalmente, si tratta di un’idea molto fantasiosa. Ma la fantascienza è proprio questo, no?

Quando Roddenberry ha l’idea di Star Trek siamo negli Stati Uniti degli inizi degli anni sessanta. Poi c’è l’assassinio dei due Kennedy, la “perdita della verginità”, la fine del sogno americano: inizia un periodo che forse trova la sua conclusione l’undici settembre, un lungo periodo. De Lillo, nel suo Underworld mette le torri, e poi, nel libro successivo, mette l’uomo che cade dalle torri.

Come è cambiata la visione degli autori di Star Trek dal primo progetto, degli anni sessanta, alle ultime serie. Come hanno seguito, diciamo, l’evoluzione degli Stati Uniti e del mondo? Perché ci sono dei cambiamenti: per esempio, l’idea della “prima direttiva” è chiaramente un’idea di superamento del complesso della distruzione dei nativi americani, cioè del rispetto delle culture altre, è un momento importante dal punto di vista antropologico.

E poi una seconda cosa, all’interno di questo discorso: mi interessa una puntualizzazione sui Borg, cioè su questo che è, diciamo, il nemico più temibile, perché è assimilazione assoluta. Che cos’è? La Cina, la religione, il capitale? Ecco, qual è la metafora dei Borg?

Va bene: è una domanda decisamente vasta quella mi fa, con molte tematiche, posso solo provare ad affrontarne due o tre. Credo che Star Trek, la serie originale degli anni sessanta, per me che sono americano, rappresenta una visione positiva dell’America e del suo posto nel mondo, che è un’alternativa all’imperialismo e alla pratica della guerra. Quindi penso che quel che c’è stato di peggio nella politica americana, lo abbiamo visto con un presidente come George W. Bush, che ha condotto una guerra contro il terrorismo dopo l’undici settembre del 2001 e le guerre in Afghanistan e in Iraq, che sono state una cosa pessima. Quindi penso a gente come Noam Chomsky, il critico della politica estera americana, che ha scritto numerosi libri per dimostrare che cosa sia veramente la politica estera imperialista dell’America. Ma ancora una volta, io non sono solo critico nei confronti dell’America, ne ho anche una mia visione positiva, che è dovuta soprattutto ai grandi romanzieri americani, come Don De Lillo, Paul Auster e Phillip Roth; e della generazione precedente, come Faulkner, Hemingway, Fitzgerald. Per me, Star Trek viene da quel filone.

Nella filosofia francese, la questione “dell’altro da sé”, della diversità, è presente anche nei lavori di ricerca femministi, omosessuali e in quelli sul colonialismo. Come ci rapportiamo al diverso? Come si rapporta l’America con gli “altri”, con coloro che non sono americani, non sono bianchi, non sono maschi, non sono cristiani? Quindi, per me, anche questo è un tema di Star Trek: come possono l’America e l’Europa rapportarsi al resto del mondo? E anche, alla fine, come ci rapportiamo agli alieni, agli extra-terrestri, alla vita intelligente su altri pianeti? Cosa che per me è semplicemente un proseguimento della nostra storia. Sa, nel XII secolo, nel XV secolo, se vivevi in una cittadina francese, la tua realtà era solo quel piccolo abitato. E poi ci sono stati molti passaggi, ed ora abbiamo, come dice Heidegger, – e questo è il legame tra Heidegger e Star Trek – abbiamo la possibilità di una coscienza planetaria.

E Star Trek è anche questo. Penso che le serie più recenti di Star Trek – tipo Voyager o Enterprise – siano troppo centrate sugli effetti speciali e sull’azione e forse solo un episodio su dieci ha una qualità letteraria, mentre nella serie originale, circa metà degli episodi avevano una vera qualità letteraria. In The Next Generation, forse, uno su tre ha una qualità letteraria. Ma ogni tanto, la si trova ancora. E penso che J.J. Abrams, che sta realizzando i nuovi film, sia bravo: mi piace. Il primo film di Star Trek che J.J. Abrams ha realizzato era veramente molto bello, perché stabiliva una nuova cronologia di eventi.

L’ultima domanda. Qual è il suo film preferito di fantascienza, in generale? E qual è, invece, il suo film di Star Trek preferito, di tutta la serie cinematografica? E invece, in generale, qual è il film più importante, per lei, del cinema di fantascienza?

Parto dall’ultima domanda: penso che il film di fantascienza più importante sia 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick, e il secondo per importanza è Blade Runner, di Ridley Scott. Di Star Trek mi piace molto Primo contatto, e mi piace anche Star Trek: L’insurrezione, sulle persone che vivevano trecento anni: mi sembra molto interessante.

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